La Nostra Storia

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La nostra storia dalle origini

Tratta dalla tesi di laurea dell’Educatrice Annalisa Centin, un’educatrice che ha lavorato molti anni nella nostra Casa di Accoglienza

L’associazione “Centro di Aiuto alla Vita” di Borgosesia ha redatto un primo Statuto il 26 novembre del 1990, poi modificato e ampliato due anni dopo. Lo Statuto all’art.1 prevede che il C.A.V.  (centro aiuto alla vita) abbia come scopo la riaffermazione nella società civile, nelle istituzioni, nella legislazione, del diritto-dovere del cittadino di sostenere e difendere la vita umana sin dal concepimento, in tutte le sue esigenze, e in tutto l’arco del suo sviluppo, sino al suo compimento naturale; per fare ciò l’associazione si propone di contribuire, con l’impegno personale dei soci e dei sostenitori, ad aiutare con ogni mezzo le famiglie e le donne a portare a termine le gravidanze inaspettate, indesiderate o a rischio e di realizzare e promuovere ogni forma di solidarietà per la vita umana, nascente, sofferente e morente; attraverso un’attenta e documentata campagna di informazione mira a favorire e a sostenere ogni forma di obiezione di coscienza nei confronti di qualunque legge che consenta l’eliminazione di esseri umani, anticipandone la morte.

L’esigenza di fare qualcosa di concreto in favore della vita, a cominciare da quella nascente, è maturata all’interno del Movimento per la Vita borgosesiano e si è concretizzata, come accadeva nello stesso periodo in molte altre città italiane, nella nascita di un Centro di Aiuto alla Vita.

Il Centro di Aiuto alla Vita di Borgosesia è stato voluto inizialmente da quattro giovani che hanno capito che l’aborto è la soppressione di una vita umana, e hanno constatato che le interruzioni volontarie di gravidanza anche nella cittadina di Borgosesia sono centinaia ogni anno.

Questi giovani si misero in contatto con alcuni gruppi piemontesi di volontariato mossi dalle stesse motivazioni e con il Movimento per la Vita di Borgosesia; animati dall’entusiasmo e sostenuti e incoraggiati dai volontari del Movimento, questi giovani fondarono il C.A.V. di Borgosesia nel novembre del 1990 con l’esigenza di azioni più pratiche e immediate.

“Chi dice, fa”: questo è il motto su cui si è costruita la storia di questo gruppo, ovvero “se qualcosa nella società circostante non piace, non basta lamentarsi, lo si deve cambiare. Agire in positivo, cercare soluzioni ai problemi: questa è la filosofia”.

Questo Centro, seguendo l’esempio di altre esperienze avviate su tutto il territorio nazionale, intendeva e intende tutt’oggi fornire un articolato servizio di supporto a quanti, donne e nuclei familiari, si trovano in difficoltà.

Inizialmente alcuni operatori del Centro di Aiuto alla Vita di Borgosesia, non avendo alcuna struttura adeguata in grado di dare alloggio alle donne in difficoltà e ai loro bambini, si sono resi disponibili a portare direttamente a casa delle assistite i beni di prima necessità per l’infanzia; nei casi più difficili hanno messo a disposizione la loro abitazione, garantendone così vitto e alloggio nell’attesa che la situazione si risolvesse.

Nei primi cinque anni di attività sono state sostenute in gran parte donne sole in gravidanza, illuse da un compagno ancora troppo immaturo o troppo impegnato per prendersi cura di loro e di un figlio; alcune di loro erano nel primo trimestre di gestazione per cui il tipo di intervento era orientato principalmente a un sostegno alla prosecuzione della gravidanza; sono state assistite anche donne già con un figlio a carico e nuovamente in attesa e in gravi condizioni economiche, come lo erano la maggioranza delle donne extracomunitarie, senza casa, senza lavoro, con uno o due figli da crescere: in questi casi l’intervento era diretto a fornire sussidi in natura, quali latte in polvere, pannolini, vestitini per bambini, carrozzine che comportano delle spese a volte insostenibili per delle donne sole ma anche per le famiglie più indigenti.

Nel solo 1992, in senso decisamente pratico, gli operatori hanno portato assistenza a 19 donne, di cui 16 gestanti e 6 di nazionalità straniera; hanno visto nascere nell’anno 7 bambini.

Nel 1991 gli operatori del C.A.V. di Borgosesia si erano trovati a far fronte nel giro di poco tempo a ben sei casi di donne a cui necessitava un’accoglienza abitativa; da qui i volontari si erano resi conto che non si poteva continuare ad affidarsi alla buona volontà e alla disponibilità delle famiglie degli associati e quindi è maturata l’idea di realizzare una Casa di Accoglienza. E’ stata messa a disposizione da una famiglia di associati del C.A.V., con contratto di locazione gratuito (comodato venticinquennale), una casa rurale a Valbusaga, una piccola frazione di Borgosesia immersa nel verde; da lì a poco sono iniziati i lavori di ristrutturazione, protrattisi fino al 1993.

Per supportare tale opera e le altre iniziative di sostegno a domicilio (ad esempio visite mediche, viveri, pannolini e latte in polvere …), i volontari del C.A.V. hanno trovato dei canali per autofinanziare l’Associazione.

La nascita della Prima Casa di accoglienza

Dalla fine del 1991 all’estate del 1993, grazie all’incessante lavoro prestato in forma gratuita da parte di molti ragazzi che ogni fine settimana si davano appuntamento per lavorare a questo progetto, la casa rurale che era stata donata al C.A.V. con contratto di comodato è stata trasformata in un dignitoso e caldo casolare; sono stati affidati a ditte esterne solo l’impianto elettrico, il sistema di riscaldamento e grossi lavori di muratura.

La Casa, di 250 mq, disposti su due piani, poteva ospitare un massimo di quattro donne con i rispettivi quattro bambini. È stata arredata con sobria semplicità e i promotori dell’iniziativa non hanno voluto installare la televisione, per rendere ancora più tranquilla e serena la permanenza.

La domenica del 18 luglio 1993 si è svolta la cerimonia di inaugurazione, con la simbolica consegna da parte del Vescovo di Novara, Mons. Renato Corti, delle chiavi della casa ad Hasna, un ragazza ospitata con la sua bambina Sonia da una famiglia borgosesiana del C.A.V.; Hasna ha ufficialmente aperto la casa, che le autorità civili e religiose presenti hanno visitato. Contemporaneamente venivano lanciati dei palloncini in segno di speranza.

Il 29 novembre 1993 la Casa di Accoglienza ha aperto le sue porte alla prima ospite.

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Cerimonia di inaugurazione, domenica 18 luglio 1993

Attività nel decennio 1993/2003

La struttura della prima Casa di Accoglienza era piuttosto semplice: al pian terreno si trovava un piccolo ufficio, un cucinino con sala da pranzo, un accogliente soggiorno, un bagno con disimpegno, una lavanderia-stireria e una cappella; il tutto convergeva su un lungo corridoio con ampie vetrate; al piano superiore si trovavano invece due grandi camere da letto per le ospiti, una cameretta per la volontaria che copriva il turno di notte, un bagno e un lungo corridoio con parquet in legno con ampie vetrate e vista panoramica sulla pineta; qui ci si poteva accomodare su poltrone e divanetti e trascorrere del tempo in tranquillità. La vita quotidiana all’interno di questa Comunità aveva un carattere familiare: la presenza continuativa di una volontaria garantiva un solido punto di riferimento per qualsiasi necessità di carattere pratico, psicologico, sanitario. Le ospiti della Comunità, quando non avevano il lavoro all’esterno, trascorrevano la giornata svolgendo le mansioni di casa e dedicandosi ad attività lavorative e di svago come il ricamo, la maglia, la lettura; la preparazione dei pasti avveniva in comune accordo e collaborazione. Si trascorreva la serata nel salotto ascoltando musica, guardando un film in videocassetta, chiacchierando e condividendo le proprie esperienze di vita; questi erano momenti importanti e preziosi per la rieducazione e la formazione delle ospiti, che poco alla volta venivano guidate verso il recupero dell’autostima e incoraggiate a lasciarsi alle spalle quanto di negativo poteva esserci stato nella loro vita fino a quel momento, per guardare al futuro e all’eminente maternità con atteggiamento di fiducia e speranza.

L’obiettivo definitivo era quello di sviluppare le capacità progettuali della donna. Per questa ragione ella veniva accompagnata alle visite e invitata a esprimere il proprio vissuto circa la sua maternità: ansie, paure e gioie; in alcuni casi la mamma è stata incoraggiata a studiare per conseguire la patente di guida o a frequentare corsi di formazione. La gestione globale della routine della Casa di Accoglienza è stata affidata a partire dal luglio 1995 ad un’unica figura di riferimento: dopo un breve periodo in cui Betty Sommavilla, una laica con una lunga esperienza di servizio, aveva svolto tale mansione, nel 1996 è arrivata Suor Maria Laura Longhi, delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret. Donna dotata di grande umanità e sensibilità, Suor M. Laura nei dodici anni di servizio presso la Casa di Accoglienza ha saputo dare una forte impronta alla vita comunitaria e ha lasciato un segno importante in tutte le donne che sono passate attraverso questa esperienza. Grazie a lei inoltre il gruppo delle volontarie si è ampliato e i legami si sono rafforzati. Il perseguimento di una linea di indirizzo comune e condivisa da tutti gli operatori è stato un obiettivo importante: nelle riunioni settimanali tenute ogni domenica sera si discuteva sulle molteplici problematiche che si presentavano di settimana in settimana, al fine di trovare una linea comune di intervento condivisa e applicata da tutti gli operatori; si trattava talvolta di questioni molto semplici riguardanti gli orari e le modalità di svolgimento di attività domestiche, il rispetto delle Norme Interne della Comunità, le indicazioni da dare alla donna circa il suo futuro. In questa circostanza si definiva la copertura dei turni settimanali. Nel primo decennio di attività sono state accolte 244 persone, di cui 142 donne e 102 bambini (senza considerare i bambini nel grembo delle donne in gravidanza ospitate in Casa di Accoglienza ma nati altrove).

Nel corso di questo primo decennio di vita della “Casa della Mamma e del Bambino” ci sono stati dei momenti di festa in cui il Vescovo della Diocesi di Novara, Mons. Renato Corti, che dall’inizio ha creduto nell’opera, ha fatto visita alla Comunità: il 18 luglio 1993 per l’inaugurazione, l’8 ottobre 1995, il 25 maggio 1997 e il 20 maggio 2000 in occasione della posa della Prima Pietra della nuova Casa di Accoglienza.

Casa di accoglienza in Kenya

Negli stessi anni è stato elaborato dai giovani del Centro di Aiuto alla Vita di Borgosesia un altro importante progetto, relativo alla costruzione di un centro di accoglienza per ragazze madri a Marsabit, in Kenya.

L’idea di creare una Casa di Accoglienza in Kenya è nata in seguito ad un viaggio che gli stessi volontari hanno fatto nella missione cattolica di Marsabit, tenuta da alcuni sacerdoti della diocesi di Alba.

Marsabit era un grande villaggio sorto agli inizi del 1900, per necessità dei colonizzatori inglesi su una montagna alta 1800 metri, un’oasi lunga 60 chilometri e situata in una vastissima area desertica nella zona settentrionale del Kenya. Il paesaggio è abbastanza brullo, l’acqua è un bene prezioso. Per più di 250 chilometri si viaggia su strade non asfaltate e disagevoli. La popolazione nel distretto di Marsabit è in gran parte dedita alla pastorizia nomade; qua e là in aree desertiche si scorgono le “manyate”, gruppi di 8/15 capanne fatte di pelli di animali, terra, rami intrecciati, un vero spettacolo di semplicità ed essenzialità per chi è abituato a forme architettoniche più complesse; anche nel centro di Marsabit le abitazioni si caratterizzano per la loro povertà: tetti in lamiera e muri in terra argillosa, è questo ciò che la natura offre alle popolazioni locali.

Durante la permanenza gli attivisti del C.A.V. appresero che, per alcune tribù di quel paese, la gravidanza prima del matrimonio è accolta come una grande sciagura umana e sociale, che va quindi “rimossa”con il ricorso all’aborto. In aggiunta a questo dato va sottolineato che le pratiche abortive in quella terra sono estremamente arcaiche e pericolosissime per la donna. Non è raro che assieme al bambino muoia anche la madre o che la donna abbia danni permanenti.

Il progetto di realizzazione della Casa di Accoglienza è stato elaborato anche in considerazione del fatto che non si sarebbe partiti da zero; durante il soggiorno, i volontari hanno conosciuto una donna del luogo, la maestra Cecilia Wangechi, che già da tempo, in modo del tutto spontaneo e volontario, ha seguito i casi più gravi di ragazze madri cacciate dalle loro famiglie perché intendevano proseguire una gravidanza considerata socialmente indesiderata.

Attorno a questa donna, dotata di capacità di servizio e di sacrificio fuori dal comune e con esperienza trentennale di accoglienza di mamme in difficoltà (accolte fino a quegl’anni nello spazio ristretto della sua casa) si è voluti costruire una Casa di Accoglienza, che, ovviamente, è stata ed è ancora oggi gestita da volontari del luogo.

La Casa di Accoglienza, chiamata in lingua locale “Uzima Home”, che significa “Casa della Vita” è stata costruita in modo tale da ospitare fino a otto mamme con i loro piccoli.

La nuova Casa di Accoglienza

A causa delle crescenti richieste di accoglienza di mamme e donne in difficoltà è stata avviata nel 2000 la costruzione di una nuova struttura, questa volta di proprietà dell’associazione, aperta nel dicembre 2003 e inizialmente autorizzata al funzionamento in regime di “Comunità di risocializzazione/reinserimento”. La decisione e il primo passo per la costruzione della nuova Casa risalgono a un’assemblea straordinaria tenutasi il 28 aprile 1996, nella quale era stato deliberato l’acquisto da parte dell’associazione di un terreno adiacente alla prima Casa di Accoglienza.

I lavori sono iniziati nella primavera del 2000 e il 20 maggio di quell’anno c’è stata la cerimonia per la posa della “Prima Pietra” alla presenza delle autorità civili e religiose. La Casa è stata inaugurata il primo febbraio 2003, Giornata per la Vita, alla presenza di numerosi bambini nati nella prima Casa di Accoglienza e delle loro mamme. Il trasloco nella nuova Casa è avvenuto però solo a fine anno, il 18 dicembre.

La struttura è attualmente autorizzata al funzionamento con delibera dell’ASL 11 n. 410/C del 17 novembre 2006 per n. 1 nucleo “Comunità Mamma Bambino” con una capacità di accoglienza di 14 ospiti; per n. 1 nucleo “Gruppo appartamento per gestanti e mamme con Bambino” con una capacità di accoglienza di 6 ospiti; svolge inoltre la funzione di “Pensionato integrato” con una capacità di accoglienza di 2 ospiti minorenni.

La nuova struttura, che conta una superficie di 1200 mq, è disposta su quattro piani con undici camere da letto per le ospiti, tre per gli operatori e dodici bagni di cui quattro, uno per piano, a norma per diversamente abili.

Nel piano interrato vi sono un ambulatorio, lavanderia, stireria, magazzini e baby parking.

Al piano terra si svolge la vita in comune: la cucina, il grande salone nel quale è stato ricavato un salotto, l’ufficio e all’esterno un ampio porticato.

Il primo piano è suddiviso in due parti: alcune camere per le ospiti ed un appartamento completo per il personale di servizio con una piccola cappella ecumenica dedicata alla B.V. Maria “Madre della vita nascente”, a San Giuda Taddeo Apostolo e alla Beata Gianna Beretta Molla.

Il secondo piano, infine, è interamente occupato da camere per le ospiti, oltre che da un laboratorio, nel quale si svolgono le diverse attività come il decoupage. È stato anche disposto un ascensore da barella e all’esterno è fruibile un ampio parco con pineta ed area giochi attrezzata, garage coperto e comodo parcheggio.

In una struttura adiacente è stato possibile ricavare un magazzino disposto su due piani: al primo piano vi è il vestiario, mentre al secondo vi sono calzature, lettini, seggioloni…; il tutto, grazie al continuo contributo di volontarie, ben organizzato e suddiviso per taglie, misure, età per rendere più semplice l’accessibilità.

Rispetto alla precedente struttura la nuova Casa di Accoglienza ha una capienza di gran lunga maggiore e finalità più ampie. Per queste ragioni si è reso necessario assumere del personale qualificato e definire la quotidianità, i ruoli, le funzioni e i tempi in modo più sistematico e organizzato. L’attività dell’ente viene svolta, infatti, da personale regolarmente assunto, ovvero da una coordinatrice, quattro educatrici professionali, una cuoca, una O.S.S. e da personale volontario con le seguenti competenze professionali: assistenza sociale, psicologia, medicina, insegnamento nelle scuole dell’obbligo e superiori e infermieristica professionale. È garantita la presenza contemporanea di tre o più operatori nelle ore diurne e di due operatori nelle ore notturne. Gran parte del lavoro che anni fa veniva svolto esclusivamente dalle diverse volontarie, oggi viene assicurato dalle educatrici che comunque contano sempre sull’appoggio delle stesse.

La coordinatrice, svolgendo mansioni relative alla programmazione e al coordinamento delle varie attività in collaborazione con tutti gli operatori coinvolti nei progetti individuali delle ospiti e dei minori accolti, rappresenta un punto di riferimento per tutti gli operatori.

Il personale viene scelto tramite colloqui e un successivo periodo di tirocinio affiancato dal personale operante.

Avviene un processo di formazione permanente attraverso riunioni settimanali dove si trattano temi ad indirizzo pedagogico, medico-sanitario, culturale. In tali riunioni si effettuano verifiche sia sull’attività del singolo che dell’intera Comunità.

La riunione tenuta dal Presidente una volta alla settimana ha ancora modalità pressoché simili rispetto quelle che si tenevano negli anni della prima Casa di Accoglienza: si discute sulle molteplici problematiche che si presentano di settimana in settimana, al fine di trovare una linea comune di intervento condivisa e applicata da tutti gli operatori e si verifica inoltre che i turni siano coperti.

Si tengono, inoltre, periodicamente, seminari sui temi sopra esposti tenuti da specialisti invitati dai responsabili. Per gestire la preparazione delle vivande e la dispensa è stata assunta una cuoca.

Due dei soci fondatori dell’associazione, il Dott. Nicolino Schena e Don Gianni Remogna, con funzioni rispettivamente di Presidente e Tesoriere, fanno parte del Consiglio Esecutivo insieme ad altri due soci e continuano a dare un importante contributo all’opera. Un altro socio fondatore, Don Stefano Rocchetti, ha il compito di Revisore dei conti.

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